Critical Media Literacy

Sul perché le azioni correttive dei social media su Trump non sono che foglie di fico su democrazie spoglie di cultura

La notizia di cronaca

L’antefatto è noto: Donald Trump, mentre era in carica come Presidente degli Stati Uniti d’America, è stato bannato dai principali social media, la cui lista integrale è reperibile qui, per incitazione alla violenza dopo l’assalto a Capitol Hill dello scorso 8 gennaio e costato la vita a cinque persone. Uno squarcio che ha lacerato il velo invisibile di inviolabilità che protegge i luoghi nevralgici delle istituzioni. Eppure, le parole di fuoco lanciate dal tycoon sui propri account social, hanno infiammato gli animi di molti che si sono spinti fino all’irruzione nel parlamento, dando vita anche a scene pittoresche, se non fosse per la loro brutalità, e penso in primo luogo alla persona con i piedi sulla scrivania di Nancy Pelosi o al ragazzo con il copricapo di corna di alce e pelliccia di lupo.

La reazione

I social media hanno chiuso la bocca all’account ufficiale, depotenziando di fatto uno dei principali canali attraverso cui si istigava la folla alla ribellione e a contrastare le elezioni ritenute fallaci, ma la domanda è se questo sia sufficiente ad arginare le violenze. Di fronte all’emittente che lancia un messaggio, si trova un ricevente che lo accoglie e che per decifrarlo ha bisogno di possedere gli stessi codici linguistici e la capacità di analisi del contenuto, che lo porta ad esprimere un giudizio sul messaggio: è giusto o sbagliato, è corretto o ingannevole, sono d’accordo o non mi convince. Ora è evidente che questa attività di scansione critica avviene sempre meno e quella che si definisce “critical media literacy”, cioè l’“alfabetizzazione mediatica critica” è molto scarsa, praticamente i riceventi sono poco capaci di decodificare correttamente i messaggi e questo, come si è visto a Washington, può avere effetti disastrosi.

Lo dimostrano anche la malleabilità nel farsi forgiare un’opinione su chi votare dai contenuti proposti da un algoritmo, la facilità di farsi trascinare in insulti collettivi. Prendiamo un’immagine a caso, a titolo di esempio:

Elodie e gli insulti sessisti dopo la polemica con la Lega
Elodie e gli insulti sessisti dopo la polemica con la Lega

E proprio su “l’algoritmo come tecnologia di libertà?” si sono interrogati i comunicatori italiani che hanno pubblicato un manifesto, il DigiDig, che potete leggere qui.

Come si legge nel documento, i media hanno dato spazio a “una domanda di libertà che ha squassato codici professionali, gerarchie sociali ed economiche creando grande disorientamento, ma anche aprendo straordinari spazi di evoluzione per ogni progettualità individuale. Dal giornalismo alla finanza e alla medicina, dalla ricerca scientifica al governo della cosa pubblica e alle scelte di consumo individuali, la variabile che rompe equilibri e modifica comportamenti è un’inedita  possibilità di concorrere, condividere, controllare e partecipare ai processi decisionali – anche se a determinate condizioni di consapevolezza”. Consapevolezza, appunto.

Se questa non manca, se non c’è adeguata preparazione all’utilizzo di questi strumenti, si apre una voragine davanti a qualsiasi cosa venga detta e che non troverà nessun filtro. Di fronte a questa analfabetizzazione, che rende la democrazia scoperta e nuda nel contesto in cui si trova, il ban dei social equivale a una foglia di fico, una toppa che per quanto utile può risultare insignificante di fronte alle reali esigenze, che richiedono un intervento culturale, forse lungo, ma da avviare.

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Tenzin Gyatso, 14esimo Dalai Lama
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