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Riprendiamo da dove abbiamo lasciato nel precedente articolo e iniziamo a smontare, uno dopo l’altro, i 10 miti che ci stanno propinando in merito al posizionamento sulle intelligenze artificiali generative.

I 10 miti sul posizionamento

Mito 1: “Serve una tecnica speciale, diversa dalla SEO, per apparire nelle AI”

Questa affermazione, detta così, non è supportata da nulla. Google dichiara esplicitamente che le best practice SEO esistenti restano rilevanti per AI Overviews e AI Mode e che non servono ottimizzazioni speciali. OpenAI chiede soprattutto accesso corretto via crawler e controlli ben configurati. Microsoft aggiunge un livello di attenzione su grounding (che potremmo tradurre prendendoci grosse libertà come “affidabilità”), citazioni, chiarezza e misurazione. 

Mito 2: “Per comparire serve un markup AI speciale, un file dedicato o qualche trucco tecnico misterioso”

Anche qui: no. Google dice chiaramente che non servono nuovi machine-readable files, AI text files o markup speciali, e che non esiste uno schema.org specifico da aggiungere per comparire nelle sue AI features. OpenAI parla di robots.txt, di accesso a OAI-SearchBot, di noindex e di IP identificabili. L’unico caso in cui compaiono meccanismi più specifici è quello di alcuni verticali, come quello per lo shopping in ChatGPT, che però non possono essere spacciati come regola generale per tutto il web.

Mito 3: “Basta essere menzionati spesso e il brand diventa automaticamente una raccomandazione stabile”

No. Sia Google sia OpenAI descrivono sistemi che non funzionano come una SERP fissa. Google spiega che AI Overviews e AI Mode possono effettuare più ricerche correlate su sottotemi e fonti diverse, e possono usare anche modelli e tecniche diverse, per cui l’insieme di risposte e link può variare. OpenAI, dal canto suo, dice che ChatGPT Search può riscrivere la query, inviarla a provider diversi, effettuare query aggiuntive e incrociare le informazioni. Quindi, ad oggi possiamo dire tranquillamente che una comparsa occasionale non dimostra una posizione “conquistata” in modo stabile. Magari in futuro le cose cambieranno e nascerà il concetto di “fonte autorevole”. Ma io la sfera di cristallo non ce l’ho e quindi vi riporto solo quello che si sa ad oggi.

Mito 4: “Directory, forum, citazioni esterne: bisogna presidiare tutto”

Nelle fonti ufficiali consultate non emerge un obbligo generale di presidiare directory, forum e qualsiasi spazio possibile. Quello che emerge è più preciso: Google raccomanda di mantenere aggiornate informazioni come Merchant Center e Business Profile, mentre Bing indica Bing Places for Business come utile per il local. Punto. 

Posso però aggiungere una mia considerazione personale supportata dal nulla? A me sembra che alcune community (soprattutto Reddit) siano prese come fonte molto spesso da diverse IA. Quindi chissà che le cose non stiano cambiando.

Mito 5: “E-E-A-T è un punteggio, o un ranking factor diretto”

No. Google lo dice in modo esplicito: E-E-A-T di per sé non è uno specifico ranking factor. È un framework, o se preferite una lista della spesa, che aiuta a capire quali caratteristiche tendono a essere associate ai contenuti più affidabili e utili. Inoltre Google precisa che il trust è il fattore più importante tra quelli associati all’E-E-A-T. Quindi chi parla di “ottimizzare il punteggio E-E-A-T” come se fosse una metrica ufficiale misurabile sta raccontando male la documentazione di Google.

Mito 6: “Google penalizza i contenuti creati con l’AI”

Questa è la stronzata che sta girando di più. Perché ovviamente attira i clic. E perché attira i clic? Perché crea un “pain point”, scatena il panico di chi usa le IA per produrre contenuti (ovvero il 90% del web). E non devo spiegarvi io come funzioni il clickbait no? 

Google dice che il criterio principale è la qualità, non il metodo di produzione. Non mi credete? E allora leggetelo voi sul sito ufficiale. Però aggiunge anche che l’uso di AI o automazione per generare molte pagine senza valore aggiunto può violare la policy sullo scaled content abuse. È una differenza enorme, e spesso nei dibattiti viene appiattita in modo grossolano. Anche qui lasciatemi spazio per una considerazione personale: di articoli che parlano di questo tema ne stanno girando tanti, quindi è normale che dopo un po’ la gente cominci a crederci. Ma il fatto è che non esistono fonti ufficiali in merito. Non confondiamo la quantità delle informazioni con la qualità delle informazioni: non è vero che a furia di ripetere 100 volte la stessa bugia questa diventa vera! .

Mito 7: “Nelle AI basta fare keyword stuffing o pubblicare tante varianti”

Qua sembra di essere tornati a quelle tecniche becere di black hat di cui si parlava 10-15 anni fa. Nel paper che ha formalizzato la GEO, i ricercatori dicono chiaramente che pratiche come il keyword stuffing performano male, mentre migliorano la visibilità strategie come l’aggiunta di citazioni, quotazioni pertinenti e statistiche. Per quanto riguarda Google, ormai chi fa questo lavoro sa da anni che sono oggetto di penalizzazione tutti i contenuti creati per manipolare il ranking. Quindi di nuovo, di cosa stiamo parlando?

Mito 8: “Il traffico o l’impatto dell’AI non si possono tracciare”

Detta in assoluto, è falsa. Cioè, parliamoci chiaro: non esistono delle belle dashboard chiare che ci dicono tutto quello che vogliamo sapere su come le IA trattano il nostro brand e la nostra azienda. Ma non è nemmeno vero che sia tutto un enorme mistero!

Google include la presenza nelle sue AI features nel traffico complessivo di Search Console e ci mette qualche info nei Referral di Google Analytics. OpenAI aggiunge utm_source=chatgpt.com ai referral di ChatGPT Search. Microsoft ha introdotto AI Performance in Bing Webmaster Tools per mostrare citazioni, grounding queries e pagine referenziate nelle risposte AI. Ad oggi, quindi, la misurazione esiste, ma è frammentata, parziale e diversa da piattaforma a piattaforma.

Mito 9: “Se un sito è bloccato ai crawler, allora sparisce del tutto dalle AI”

Neanche questo è sempre vero. OpenAI ci dice che una pagina bloccata a OAI-SearchBot può ancora comparire come solo link e titolo se l’URL arriva da provider di ricerca terzi o da altre pagine con il crawler attivo e se il sistema la giudica rilevante. Per impedire anche questo, la documentazione consiglia il noindex. Esattamente come fate per Google. Insomma: bloccare un bot e impedire qualsiasi esposizione non sono la stessa cosa.

Mito 10: “Visibilità AI = ranking”

Qua la faccenda è complicata. Microsoft è molto chiara e scrive nero su bianco che le metriche di AI Performance non indicano ranking, authority o ruolo della pagina nella singola risposta. Il paper GEO, dal canto suo, ci spiega che la visibilità nei motori generativi è un concetto diverso dalla classica posizione media: entrano in gioco lunghezza della citazione, influenza della fonte nella risposta, rilevanza soggettiva, probabilità di click e altre dimensioni. E poi c’è Google: Google non si pronuncia apertamente sul concetto di ranking e quindi in mancanza di fonti primarie non mi esprimo. Ma in generale possiamo dire che ridurre tutto al ranking tradizionale è comodo, ma sbagliato.

Quello che resta, tolta la fuffa

Vogliamo provare a fare una lista della spesa di quello che sappiamo per ora? Ok. Per Google, contano soprattutto contenuti utili, originali, affidabili, tecnicamente accessibili e ben rappresentati (in pratica le stesse linee guida che Google ci da per la SEO). Per OpenAI, contano accessibilità al crawler corretto, controlli ben configurati, pertinenza e affidabilità, oltre a casi particolari come i feed di prodotto per lo shopping. Per Microsoft, conta sempre di più il modo in cui il contenuto può essere citato, verificato, interpretato e riusato dentro risposte AI, con grande enfasi su chiarezza, struttura, prove e aggiornamento.

Quindi se vuoi una guida, quello che posso dirti è: apri il sito ai crawler e rendilo indicizzabile; pubblica contenuti che abbiano valore, non riscritture di roba già esistente, chiarisci chi scrive, come il contenuto è stato prodotto e perché dovrebbe essere ritenuto affidabile; usa dati strutturati coerenti con il contenuto visibile; tieni aggiornati i dati business e di prodotto, configura bene robots.txt, noindex, preview controls e bot permissions, e misura quello che puoi con gli strumenti reali che le piattaforme mettono a disposizione. 

La conclusione

A me sembra che oggi quello che è difficile non è capire come si comportano le IA, ma distinguere le informazioni vere dai sensazionalismi, dalle boiate, dal clickbait e da chi promette “trucchi segreti” per diventare il sito più amato da ChatGPT.

Lo capisco: è una materia nuova, tutti fanno esperimenti, le fonti di informazione sono frazionate, ed è spesso un casino setacciare le informazioni verificabili dalle stronzate scritte per acchiappare un clic. 

Però se volete capire come funziona questo mondo dovete essere diffidenti. Controllate le fonti, verificate che quello che vi ha detto l’influencer o il guru di turno abbia un fondamento, andate alle fonti primarie. Non vi fidate di nessuno, soprattutto di chi vi vende le formule segrete. 

E detto questo, io vi saluto.

A presto.