Nel 2020 avevamo parlato di “gap manageriale”. Sono passati un po’ di anni da allora, e sono anni in cui sono cambiate tante cose: leggi, tecnologie, strutture dei costi, smart working… tante cose.
Nel 2020 ne avevamo parlato come di un problema di adattamento, come di un problema strutturale. Oggi, nel 2026, non è più un rischio: è una realtà che tiene tirato il freno a mano di tante aziende. Grandi o piccole che siano, non importa.
Oggi il divario di competenze non è più una statistica da convegno; è la ragione per cui la tua trasformazione digitale è ferma al palo un sacco di aziende mentre i concorrenti (soprattutto quelli esteri) si mangiano i margini.
2020 vs 2026: Non abbiamo imparato nulla
Sei anni fa i dati parlavano chiaro: il 59% delle PMI ignorava la formazione, oggi siamo passati dalla negazione alla paralisi: secondo il rapporto dell’osservatorio 4.Manager di dicembre 2025 il 65% sa che deve cambiare, ma non sa da dove cominciare.
Iniziamo a capire da dove partivamo. Nel 2020 la situazione era più o meno la seguente:
- Il 41% delle aziende aveva piani formativi programmati
- Il 59% NON includeva la formazione nelle strategie di trasformazione
- I manager mostravano consapevolezza del gap ma scarsa partecipazione a programmi di aggiornamento
Oggi la situazione è peggiorata perché il mondo è andato al doppio della velocità.
- Per il 63% delle imprese mondiali, lo skills gap è il primo ostacolo alla sopravvivenza.
- L’Italia è al palo: Solo il 45,8% della popolazione ha competenze digitali di base. La media UE è al 55,6%. Siamo gli ultimi della classe e continuiamo a dare la colpa agli altri.
Il Management “Vecchia scuola”
Oltre il 40% dei dirigenti italiani ha più di 55 anni.
L’esperienza è un valore, ma se il 39% delle competenze che ti servono oggi cambierà entro il 2030, la tua esperienza rischia di essere una bussola rotta. Se i tuoi manager non hanno fatto un percorso di aggiornamento forte, allora probabilmente al 2030 non ci arrivi. Nel 2026, l’esperienza senza aggiornamento è solo zavorra.
Prendete la prassi, la ripetitività, la “boria” dettata dall’esperienza, la pigrizia nel voler imparare cose nuove e nell’adeguarsi, e il cocktail sarà qualcosa di velenoso.
Come se non bastasse oltre il 50% delle imprese segnala difficoltà a reperire profili che combinano competenze manageriali e specializzazioni in ICT, dati e sostenibilità. Una sorpresa? Secondo me no. Il trend era (ed è) chiaro: si va nella direzione di un management capace di prendere decisioni basandosi su dati che spesso vengono dal digitale, sapere quali dati vogliamo e possiamo collezionare e analizzare e fare in modo di essere supportati dall’ICT. Perchè i manager leggono e intepretano i numeri, ma le implementazioni dei sistemi di misurazione e condivisione delle informazioni vengono quasi sempre dall’ICT!
L’illusione del “Non trovo personale”
Non è solo difficile trovare persone, ma è difficile trovare quelle giuste. Il 78% delle organizzazioni italiane fatica ad assumere, in particolare per la mancanza di hard skills (57%) e soft skills (36%) richieste.
Colpa delle persone poco formate? No. Colpa del fatto che non c’è stato ancora il tempo di maturare certe figure professionali. Cercare un “esperto senior di logistica integrata AI” è come cercare un esperto di smartphone nel 2008: non lo puoi trovare, perché il tempo fisico per creare quel profilo non è ancora passato.
Questo ci porta di nuovo al tema della formazione del personale: le aziende devono investire nella crescita delle loro risorse umane. Non si deve cercare quelle risorse e competenze “fuori”, bisogna costruirle “dentro”. E’ un costo, è un investimento, ma va fatto.
Intelligenze Artificiali: non sono ne un gioco né una moda passeggera
Mentre il mondo parla di Prompt Engineering (+112% di richieste) e automazione dei processi, qui siamo ancora a chiederci se ChatGPT serve a qualcosa o a usarla solamente per aiutarci a scrivere una email. Non imparare a usare l’AI oggi significa decidere scientemente di essere meno efficienti, più lenti e più cari. È un suicidio tattico in piena regola.
Le previsioni parlano di una crescita della domanda di competenze in AI e Big Data dell’87% entro il 2030. Non sarà una tendenza passeggera, ma una trasformazione strutturale del mercato del lavoro, dove il settore “AI and Big Data” è balzato al primo posto per crescita tra le competenze richieste a livello globale.
Il vero dramma poi è lo scostamento tra quello che succede nel mondo e quello che succede in italia: mentre la richiesta di esperti esplode, l’adozione dell’AI nelle nostre imprese è ferma a un misero 16,4%. Questo significa che tra pochissimi anni ci sarà una caccia all’uomo spietata per accaparrarsi i pochi profili capaci di gestire i dati, e chi non ha iniziato a formare i propri dipendenti oggi si troverà con un’azienda tecnologicamente analfabeta.
Non è solo una questione tecnica, ma di sopravvivenza: questo divario di competenze rappresenta già oggi la principale barriera alla trasformazione aziendale per il 63% dei datori di lavoro. Entro il 2030, l’imprenditore che non avrà persone capaci di interrogare i Big Data per prendere decisioni strategiche sarà semplicemente fuori mercato, schiacciato da competitor che hanno già automatizzato l’analisi e l’efficienza dei processi.
Quindi cosa cambia per gli imprenditori: è facile… se la domanda di queste competenze salirà dell’87% ma l’offerta resta al palo, il prezzo di questi talenti triplicherà. Se non hai il budget di una multinazionale, l’unica mossa furba è investire nella formazione del personale che hai già prima che sia troppo tardi.
Vabbè, quindi?
Quindi bisogna muoversi. Altrimenti le conseguenze saranno grosse:
- Costi di reclutamento folli: pagherai oro persone che tra due anni avranno skills già obsolete.
- Indovini al posto di manager: un management che non capisce la tecnologia non può prendere decisioni strategiche. Ti servono persone che sanno leggere i dati, non i tarocchi.
- Fuori mercato: i competitor che usano l’AI e hanno manager “ibridi” (che masticano dati e ICT) ti spazzeranno via sui prezzi e sulla velocità.
La conclusione è una sola: i tuoi dipendenti, a qualsiasi livello, devono imparare roba nuova. Non è un consiglio, è l’unico modo che hai per non chiudere. Inizia a investire sulla testa dei tuoi manager, perché i macchinari nuovi, senza qualcuno che sappia come farli rendere, sono solo ferro vecchio.
Fonti e Approfondimenti
Per la redazione di questo articolo sono stati consultati i report ufficiali, le indagini di mercato e le analisi statistiche più recenti (aggiornate a marzo 2026).
1. Il Punto di Partenza (Back To 2020)
- Warp 7 — Articolo Originale: Un gap di competenze manageriali (Michela Di Michele, 2020-2024).
2. Scenari Globali e Istituzioni Internazionali
- World Economic Forum — Future of Jobs Report 2025:
- European Commission: Digital Skills and Jobs Platform — The Great Skills Reset
3. Il Contesto Italiano: Osservatori e Ricerca Nazionale
- Osservatorio 4.Manager (Confindustria + Federmanager):
- Osservatorio HR Innovation Practice (Politecnico di Milano):
- Analisi Mismatch: Hard vs Soft Skills (Dati rielaborati da Manpower).
4. Trend Tecnologici, AI e Skill Report
- Data Masters: AI e Data Skill Report 2025 — Il panorama italiano
- Il Sole 24 Ore:
- BI-REX: Skill Gap Analysis: Guida pratica per le imprese
5. Specialisti HR e Analisi di Mercato
- ManpowerGroup: Talent Shortage Survey — Difficoltà di reperimento 2025
- Kinetikon: Sfide e soluzioni digitali per le PMI nel 2025
- Zety Italia: Il divario di competenze in Italia nel 2024-2025








